Il Consiglio regionale del Lazio ha approvato, ieri, a maggioranza la legge sul reddito minimo di cittadinanza, a sostegno dei disoccupati, gli inoccupati ed i precariamente occupati. Il documento è stato approvato con 32 voti a favore, 4 contrari e 2 astenuti. “Con l’approvazione della legge sul reddito minimo garantito questa Amministrazione centra uno dei principali obiettivi, che si era posta ad inizio legislatura, nell’ambito delle politiche di welfare e del lavoro”. A parlare, è l’assessore al Lavoro, Pari opportunità e Politiche giovanili della Regione, Alessandra Tibaldi. “Il voto di astensione espresso da Forza Italia e Udc – dice - indica che anche da alcuni settori dell’opposizione viene riconosciuto il valore strategico della legge all’interno delle politiche attive del lavoro predisposte dalla Giunta regionale”. “Una scelta concreta in difesa dei disoccupati e dei precari duramente colpiti dalla crisi economica. - commenta Enrico Fontana, Capogruppo della Sinistra al Consiglio regionale del Lazio - I quaranta milioni di euro stanziati dalla legge, di cui 20 per il 2009 - serviranno a garantire le fasce sociali più esposte al tracollo dell’economia”. “Le politiche per il lavoro meramente ‘passive’ da sole non sono sufficienti. Ad esse vanno necessariamente affiancate politiche ‘attive’, che prevedano l’attivazione in prima persona del beneficiario delle politiche sociali, coniugando reddito e progetti di integrazione socio-lavorativa, come indicato dalla Strategia di Lisbona” ha dichiarato Giuseppe Celli, capogruppo regionale della Rete socialista, intervenendo anche lui al dibattito sull’approvazione della legge sul reddito minimo garantito. “La grave crisi finanziaria ed il crescente problema della disoccupazione, mostrano chiaramente le lacune dei sistemi di protezione sociale di natura puramente assistenziale. Un modello da superare, - sostiene - considerando un nuovo modo di affrontare la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, non più incardinato sulla vecchia impostazione di protezione passiva del cittadino. L’obiettivo primario – ha detto - deve essere quello di rendere autonomo il beneficiario dalla dipendenza dal welfare. In Europa gli schemi maggiormente diffusi si contraddistinguono per una grande attenzione all’inclusione sociale e all’inserimento attivo del cittadino, come obiettivo ultimo di un sistema di welfare di ‘piena indipendenza’. “Per questo – ha concluso Celli - preferisco parlare di ‘reddito di inclusione sociale’, piuttosto che di ‘reddito garantito’. Un sistema, cioè, che ponga al centro la valorizzazione del cittadino, attraverso la coniugazione di meccanismi di assistenza a percorsi di formazione continua. Al diritto al reddito minimo, corrisponde il ‘dovere sociale’ da parte del beneficiario ad attivarsi.” ha concluso.
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