"Ad Aprilia nessuno vuole parlare seriamente di mafie e di ciò che sta accadendo"

Lo sottolineano le associazioni Reti di Giustizia, Coordinamento Antimafia Anzio e Nettuno e Rete No Bavaglio, tramite Irene Giusti, Edoardo Levantini e Claudio Pelagallo dopo l'operazione della DDA e l'ultima udienza di Assedio

25 maggio 2026 17:18
"Ad Aprilia nessuno vuole parlare seriamente di mafie e di ciò che sta accadendo" -
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L’aria è tesa ad Aprilia da un po’ di tempo. L’ombra dell’operazione Assedio aleggia sul territorio e non fa respirare. Sembra quasi di essere sotto un effetto congelamento, in una città dove nessuno vuole parlare di mafia. Il freezing è un fenomeno di immobilizzazione come risposta a una situazione di pericolo, ma sarà davvero così o c'è dell'altro?

Questo immobilismo però fa preoccupare. E' quanto sottolineano anche le associazioni Reti di Giustizia, Coordinamento Antimafia Anzio e Nettuno e Rete No Bavaglio, tramite Irene Giusti, Edoardo Levantini e Claudio Pelagallo, che dicono: “Oltre alla meritevole stampa locale, infatti, e ad associazioni come le nostre, nessuno sembra voler parlare seriamente di mafie (se non come retorica e “ricordo”), di ciò che è accaduto e continua ad accadere”.

In questi ultimi giorni sono successi dei fatti molto gravi, su cui è il caso di riflettere. La prima è legata all’operazione della DDA che ha scoperto una guerra criminale in atto con armi di alto livello collegata al clan Forniti e quanto accaduto nell’ultima udienza di Assedio dove le vittime di estorsioni hanno ridimensionato i fatti accaduti.

“Nella giornata di venerdì 22 maggio - fanno presente le associazioni antimafia - sono accadute due gravissime vicende tra loro collegate e che rappresentano in maniera vivida (e ben oltre la soglia della “preoccupazione”) il contesto sociale del territorio di Aprilia Anzio e Nettuno: l’operazione antimafia della DDA di Roma che ha condotto al fermo di 4 persone legate al clan Forniti (Mario Formica, Giuseppe e Luca Consales e Abdelhaq Avvadi) per detenzione di un vero e proprio arsenale con più di trenta armi da fuoco, con l’aggravante del metodo mafioso e l’udienza del Processo Assedio, sempre relativo al Clan Forniti e le cui vicende hanno condotto al commissariamento straordinario del Comune di Aprilia per infiltrazione mafiosa,  durante la quale le tre persone ritenute vittime di comportamenti usurari ed estorsivi da parte di alcuni degli imputati hanno o ridimensionato o negato gli atti perpetrati nei loro confronti nonostante le evidenze emerse dalle intercettazioni. Va ricordato che è stato accertato, con sentenza definitiva, la responsabilità di figure apicali dell’inchiesta Assedio in attentati compiuti ad Anzio vedasi quello che ha colpito la Bodeguita”.

I luogotenenti di Forniti, su ordine di quest’ultimo allora latitante in Marocco dopo l’operazione Assedio, lo scorso anno avevano pianificato un agguato contro la banda rivale formata da Osvaldo Cuni, Niko Fugante e Giorgio Olzai, che stava tentando di sostituire il gruppo sulle piazze di spaccio di Aprilia e con il quale era in corso un conflitto i cui atti violenti si sono susseguiti con una frequenza estrema nel territorio.

“Per spiegare tutto ciò - affermano ancora le associazioni antimafia - basterebbe anche solo riportare uno dei passaggi del Decreto di fermo nel quale si ribadisce per l’ennesima volta in atti ufficiali che “il territorio di Aprilia è interessato dalla presenza di cosche mafiose di matrice soprattutto calabrese che si sono radicate nell’area, infiltrandone il tessuto sociale ed economico” e che in particolare dall’Indagine Assedio “emerge la relazione tra le cosche di origine calabrese (Gangemi) e la mafia autoctona apriliana capeggiata da Patrizio Forniti con la conseguente affermazione di una joint-venture “Gangemi- Forniti”.

A prescindere dalle risultanze processuali, sono state confermate, quindi, le ipotesi che avevamo avanzato come Associazioni sin dall’inizio, ossia il collegamento tra spari, ordigni e altri attivi violenti perpetrati ad Aprilia, il potere decisionale di Forniti anche durante la latitanza e il silenzio e un’indifferenza diffusa caratterizzanti il tessuto sociale del territorio: silenzio, indifferenza (con sconfinamento a volte nella connivenza)ad ogni livello del contesto  economico, politico e sociale  che hanno permesso per tantissimi anni e continuano a permettere il radicarsi delle mafie.

Come Associazioni che si occupano da sempre di antimafia sociale, oltre ad evidenziare e denunciare la perdurante crisi culturale economica e sociale che permette il radicamento delle mafie e, allo stesso tempo, funge da linfa vitale per quest’ultime, continueremo a vigilare e ad informare la cittadinanza sulle dinamiche mafiose in atto e sull’andamento del Processo Assedio (nel quale Reti di Giustizia è parte civile): oltre alla meritevole stampa locale, infatti, e ad associazioni come le nostre, nessuno sembra voler parlare seriamente di mafie (se non come retorica e “ricordo”), di ciò che è accaduto e continua ad accadere. Come diciamo instancabilmente da quando abbiamo iniziato, è necessaria una rivoluzione culturale e politica per rifondare la nostra società sui valori della giustizia sociale e del bene comune”.