1 attacco informatico su 10 colpisce l’Italia
Nel 2025 l’Italia ha subito 507 attacchi cyber gravi, pari al 9,6% del totale mondiale. A livello globale sono stati registrati 5.265 incidenti significativi, con un aumento del 49% rispetto al 2024.
Per il nostro Paese significa un balzo del 42% sui 357 casi dell’anno precedente. Un peso sproporzionato, considerando che l’Italia rappresenta circa lo 0,8% della popolazione mondiale e poco più del 2% del PIL.
Perché l’Italia è il bersaglio numero 1
Le ragioni possono essere ricondotte alla struttura economica e alla posizione geopolitica del nostro Paese. La presenza di migliaia di PMI nel settore manifatturiero e della logistica determina un proliferare di obiettivi ad alto valore per i cybercriminali. A questo si aggiunge l’hacktivism, in molti casi di cronaca di matrice filo-russa, che ha colpito duramente l’Italia. Il settore governativo-militare-forze dell’ordine ha assorbito il 28% degli attacchi nazionali, con un aumento del 290% rispetto al 2024.
Le minacce più diffuse: ransomware, phishing e attacchi alle infrastrutture
Gli attacchi DDoS, usati spesso per scopi dimostrativi, hanno rappresentato il 38,5% degli incidenti in Italia contro solo il 6,4% a livello globale. Il ransomware è cresciuto del 48% nel 2025, mentre il phishing, reso ancora più efficace dall’intelligenza artificiale, è diventato più credibile e personalizzato. Complessivamente, Tinexta Cyber ha contato 116.498 attacchi totali in Italia, cioè uno ogni cinque minuti.
Imprese e pubblica amministrazione nel mirino
Il manifatturiero italiano ha subito il 16% di tutti gli attacchi globali al settore, ma anche trasporti e logistica hanno registrato incrementi pesantissimi. Le infrastrutture critiche e la pubblica amministrazione restano obiettivi ideali: un blocco crea disagi immediati, attira attenzione mediatica e, nel caso dei ransomware, può tradursi in richieste di riscatto consistenti. Il già citato hacktivism ha pesato per circa il 39% degli incidenti nazionali.
Come difendersi: il ruolo delle VPN
Ogni volta che ci colleghiamo a internet lasciamo una traccia del nostro passaggio: è naturale cercare soluzioni semplici in grado di coprirci le spalle. Basta rendersi conto che su una rete Wi-Fi dell’aeroporto, del bar (ma anche quella di casa se il router è vecchio), chiunque potrebbe spiarci. Ed è in tutti questi casi che entra in gioco la VPN.
In poche parole crea una specie di galleria privata e blindata: i tuoi dati viaggiano dentro un codice che nessuno riesce a leggere, il tuo indirizzo IP sparisce nel nulla e all’improvviso tracciarti online diventa molto più complesso.
Per chi lavora da remoto è quasi una salvezza. E per le aziende è ancora meglio: i dipendenti possono entrare nella rete interna senza rischiare di spalancare la porta ai cybercriminali. Meno attacchi, meno brutte sorprese, meno notti in bianco per i tecnici.
Naturalmente, bisogna valutare servizi di qualità e in grado di offrire performance in linea con le necessità odierne: la VPN più veloce deve saper coniugare le prestazioni di protocolli leggeri come NordLynx, caratterizzate da riduzioni della velocità minime (intorno al 5%) anche su connessioni italiane, senza sacrificare la sicurezza.
Un primo passo verso la resilienza
Una rete privata virtuale da sola non risolve tutto. Servono formazione continua, aggiornamenti software e investimenti strutturali. Detto questo, anche nel 2026 la VPN continua a essere uno degli strumenti più accessibili e immediati per ridurre i rischi. I dati del Rapporto Clusit 2026 sono un campanello d’allarme chiaro: l’Italia è ormai un bersaglio di rilievo nel panorama cyber globale. Proteggersi è dunque una scelta di buon senso e di responsabilità collettiva.
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