Àncóra, le opere di Mirco Marcacci in mostra per il MUG di Latina
Il lavoro di Marcacci è una lenta, quotidiana riflessione sulla linea di confine tra il soggetto e il mondo, tra il dentro e il fuori, tra il reale e l’immaginario
Mirco Marcacci, artista apriliano ormai trapiantato in Argentina, torna in terra pontina per una nuova mostra. Sabato 18 aprile sarà inaugurata, infatti, “Àncóra”, la mostra che lo vede protagonista con le sue opere raffinate.
L’esposizione è stata allestita nello Spazio Eventi del MUG Museo Giannini, di Latina in Via Oberdan 13/a (fino al 28 aprile dal lunedì a sabato 18.00-20.00 domenica 11.00-13.00 – 16.00-20.00).
Il taglio del nastro sarà dunque sabato 18 aprile alle 18.30 ad ingresso libero.
Ma cos'è Àncóra?
“Il titolo della mostra è Àncóra. Scritto con entrambi gli accenti: l’àncora come metafora del corpo che ci rilega al mondo delle cose, alla materia, perché ha un peso, perché giace sul fondo; e l’avverbio ancóra, per il mio colpire sempre sullo stesso punto, sullo stesso chiodo, nella mia ricerca della verità attraverso la ripetizione, come un’ossessione”, racconta Mirco Marcacci.
Il lavoro dell’artista
Il lavoro di Marcacci è una lenta, quotidiana riflessione sulla linea di confine tra il soggetto e il mondo, tra il dentro e il fuori, tra il reale e l’immaginario. Confine labile, forse solo immaginato, eppure così essenziale, necessario per ognuno di noi, parlanti il linguaggio della comunità per dare ordine al caos, per dare nomi alle cose, per dire “io” e “tu”.
Ma un artista, ossia colui che cerca una lingua tutta sua, che gli permetta di accedere alle profondità del mondo e di se stesso, con quali parole si esprime? Con quali immagini?
Immagini che “mostrino l’invisibile”, dice Marcacci. Energie, legami tra le cose, innesti, che amplifichino l’abisso dentro cui l’artista deve cadere per capire da dove nascono i suoi interrogativi. Immagini che sono parole pungenti, ché riattivano la vitalità di un mondo cristallizzato nella definizione.
Immagini parlanti che sgorgano dall’oscurità primigenia dell’inconscio, e che, le une dopo le altre, si fanno racconto, nell’insistenza di una ricerca portata avanti attimo dopo attimo, per la durata di un’intera vita. E da quel territorio ancestrale da cui noi tutti veniamo ma che abbiamo dimenticato, l’artista sente di dover tirar fuori, di nuovo, quella materia originaria.
È qui che il confine tra soggetto e mondo può perdere consistenza e aprirsi a nuove dimensioni.
Il corpo
Nello spazio creativo di Mirco Marcacci, il corpo, non più eretto, nervoso e frammentato come un tempo, oggi si manifesta accovacciato, osservato da diverse postazioni, ripreso in svariati frammenti di visioni – prima catturato in una fotografia per poi essere traslato in un dipinto -, quasi appiattito sulla linea orizzontale della terra su cui poggia e con cui sembra fondersi. Diviene groviglio di materia, ma non di forme e superfici, ma di pulsioni e tensioni. E nello sforzo di tenersi presente, questo corpo si trasforma continuamente.
“L’ombra della figura diventa quasi il punto d’unione tra il corpo e lo spazio, e, senza una linea d’orizzonte a dare una dimensione e una posizione, essa si fa porta sull’abisso. E a questo abisso la figura si fonde, abitandolo”, racconta Marcacci. Il corpo cola nella sua ombra, vi si perde, per ascoltare il suono primigenio da cui nascono tutte le cose.
In questi ritratti dell’attimo in cui il corpo sta per inabissarsi, in un tutt’uno con lo spazio, l’epidermide riesce ancora a renderli persone? O, presenze così piene da essere risonanti, resistenti, sono un certo qualcosa che è già qualcos’altro?
In quest’oscurità brulicante della materia (“anche il mio studio è buio, mentre fuori tutto è inondato di luce”, racconta Marcacci), il segreto dell’uomo sta nell’equilibrio tra l’essere un tutto e l’essere un individuo, tra l’essere un’anima e un corpo.
Mirco Marcacci
Mirco Marcacci nasce a Todi nel 1975. Studia pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e approfondisce la sua formazione all’Académie Royal di Bruxelles. Sin da subito si concentra sul disegno anatomico e sullo studio del volto, affascinato dalla “macchina umana” e dai moti invisibili che la animano, disegnando e dipingendo nel tentativo di decifrarne i segreti. Le sue prime fonti di ispirazione sono El Greco, Egon Schiele, Hans Bellmer e Francis Bacon. Espone per la prima volta nel 1999 a Lleida, in Spagna, presentando un’opera di denuncia in occasione della conferenza Kosovo no va a ser una guerra humanitaria promossa da Medici Senza Frontiere. Vive e lavora in Argentina, muovendosi tra Buenos Aires e Roma.
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