I Castelli Romani verso il 2029: quali requisiti servono per diventare Capitale italiana della Cultura
I Castelli Romani hanno ufficializzato la propria candidatura a Capitale italiana della Cultura 2029. Per la prima volta, i 17 Comuni del territorio hanno scelto di presentarsi insieme
I Castelli Romani hanno ufficializzato la propria candidatura a Capitale italiana della Cultura 2029. Per la prima volta, i 17 Comuni del territorio hanno scelto di presentarsi insieme, attraverso un progetto promosso dal Consorzio Sistema Castelli Romani e sostenuto all’unanimità dall’Assemblea dei sindaci. L’obiettivo è superare i confini amministrativi e raccontare come un’unica realtà un patrimonio composto da borghi storici, ville, musei, biblioteche, siti archeologici, tradizioni e paesaggi.
La candidatura, però, rappresenta soltanto il primo passo. Per ottenere il titolo non basta possedere monumenti importanti o essere una destinazione turistica conosciuta. Serve un programma capace di dimostrare come la cultura possa contribuire concretamente allo sviluppo sociale, economico e territoriale.
Chi può candidarsi al titolo
Il bando per la Capitale italiana della Cultura 2029 è aperto a Comuni, Città metropolitane e Unioni di Comuni che non abbiano partecipato alle procedure di selezione relative alle edizioni 2027 e 2028. La possibilità di presentare una candidatura condivisa permette quindi anche a più centri di costruire un progetto unitario, valorizzando caratteristiche e risorse complementari.
La procedura si sviluppa in due momenti principali: la manifestazione d’interesse e la successiva presentazione del dossier di candidatura. Quest’ultimo è il documento fondamentale, perché deve trasformare una visione generale in un programma concreto, sostenibile e verificabile. Una giuria composta da sette esperti indipendenti nei settori della cultura, delle arti e della valorizzazione territoriale e turistica esaminerà i progetti. Entro il 16 dicembre 2026 saranno individuate fino a dieci finaliste, chiamate successivamente a partecipare alle audizioni pubbliche previste entro il 10 marzo 2027.
Non basta avere un grande patrimonio storico
La presenza di musei, aree archeologiche, palazzi, teatri o tradizioni popolari costituisce una base importante, ma non garantisce la vittoria. La giuria valuta soprattutto il modo in cui questi elementi vengono collegati all’interno di una strategia coerente. Una candidatura efficace deve avere un’identità riconoscibile e proporre un racconto capace di unire passato, presente e futuro. Il patrimonio non deve essere semplicemente mostrato, ma utilizzato per creare nuove occasioni di partecipazione, formazione, produzione artistica e incontro tra le persone.
Per i Castelli Romani, per esempio, la sfida sarà presentare i diversi Comuni come parti di uno stesso sistema culturale. Il territorio può contare su testimonianze dell’epoca romana, residenze storiche, tradizioni enogastronomiche, attività scientifiche, biblioteche e paesaggi naturali. Questi elementi dovranno però essere inseriti in un programma comune, evitando che la candidatura appaia come una semplice somma di eventi locali.
Il coinvolgimento della comunità
Uno dei requisiti più importanti riguarda la partecipazione. Una Capitale della Cultura non viene progettata esclusivamente dagli amministratori, ma deve coinvolgere cittadini, scuole, associazioni, università, fondazioni, imprese e operatori culturali. Il dossier deve spiegare come questi soggetti parteciperanno alla realizzazione delle attività e quali pubblici si vogliono raggiungere. È importante che il programma non si rivolga soltanto ai turisti, ma produca benefici anche per chi vive quotidianamente nel territorio.
La cultura può diventare uno strumento per recuperare spazi inutilizzati, rafforzare i rapporti tra generazioni, avvicinare i giovani ai musei e alle biblioteche, sostenere le professioni creative e rendere più accessibili le iniziative pubbliche. La qualità di una candidatura si misura anche nella capacità di rispondere a problemi reali, come lo spopolamento, la frammentazione territoriale o la scarsa partecipazione alla vita culturale.
Programmazione, risorse e risultati misurabili
Ogni proposta deve essere accompagnata da un’organizzazione credibile. Nel dossier devono comparire il calendario delle iniziative, il modello di gestione, i soggetti responsabili, il piano finanziario e le risorse pubbliche e private disponibili. Il contributo statale riconosciuto alla città vincitrice ammonta normalmente a un milione di euro, destinato alla realizzazione delle attività previste.
Questa somma, tuttavia, non può sostituire una programmazione economica solida: la candidata deve dimostrare di poter gestire il progetto, attirare eventuali investimenti e rispettare tempi e obiettivi. Devono inoltre essere indicati risultati misurabili, come l’aumento dei visitatori, la partecipazione dei residenti, il numero di spazi recuperati, le nuove collaborazioni avviate o l’ampliamento dell’offerta culturale.
Digitalizzazione e accesso alla cultura
La digitalizzazione può avere un ruolo importante nella candidatura. Archivi consultabili online, biblioteche digitali, visite virtuali, mappe interattive, applicazioni territoriali e sistemi integrati di prenotazione permettono di raggiungere un pubblico più ampio e di rendere il patrimonio accessibile anche oltre l’anno del titolo.
Il digitale occupa ormai uno spazio trasversale nella vita quotidiana, dalla formazione allo streaming fino a forme di intrattenimento come videogiochi e online casino. Nell’ambito di una Capitale della Cultura, però, la tecnologia assume soprattutto la funzione di collegare luoghi, contenuti e persone, migliorando la fruizione di musei, spettacoli, archivi e itinerari.
La trasformazione digitale deve quindi essere parte di una strategia duratura e non limitarsi alla creazione di un sito temporaneo dedicato agli eventi.
Le ultime tre Capitali italiane della Cultura
Le tre esperienze più recenti mostrano come il titolo possa essere interpretato in modi diversi. Pesaro, Capitale italiana della Cultura 2024, ha costruito il proprio programma intorno al rapporto tra natura, cultura, musica e innovazione, valorizzando anche la dimensione territoriale della provincia.
Nel 2025 il titolo è passato ad Agrigento, città caratterizzata da un patrimonio archeologico conosciuto in tutto il mondo. Il programma ha cercato di mettere in relazione la Valle dei Templi con il territorio contemporaneo, affrontando temi come l’accoglienza, il paesaggio, le comunità e la digitalizzazione degli archivi.
L’Aquila è invece la Capitale italiana della Cultura 2026. Il progetto “L’Aquila città multiverso” è fondato su quattro assi principali: coesione sociale, benessere, innovazione e sostenibilità ambientale. Il programma annuale comprende oltre 300 iniziative tra mostre, spettacoli e progetti territoriali, inserendo la cultura nel percorso di rilancio della città e delle aree circostanti.
Un titolo che deve lasciare un’eredità
Il vero obiettivo non è organizzare un calendario particolarmente ricco per dodici mesi. Una candidatura convincente deve spiegare cosa resterà dopo la conclusione dell’anno da Capitale italiana della Cultura. Nuove reti tra Comuni, spazi culturali recuperati, servizi digitali, competenze professionali, collaborazioni tra scuole e musei e una maggiore capacità di attrarre visitatori possono costituire l’eredità più importante.
Per i Castelli Romani, la candidatura al 2029 rappresenta dunque un’occasione per costruire una governance comune e rafforzare l’identità di un territorio composto da realtà differenti ma strettamente collegate. La ricchezza storica e paesaggistica è già presente: la vera prova sarà trasformarla in un progetto unitario, partecipato e destinato a durare.
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